Novembre / Pensieri-in-tumulto

Oggi camminavo verso casa sotto il tipico e ovattato grigiore milanese e mi sono resa conto che questa città dona il meglio di sè tra la nebbia e il toni di grigio, tra le temperature miti e il totale gelo.
Ho guardato il cielo e mi sono sentita a casa.
Mi mancherà questa quotidianeità che pian piano va scemando da quattro mesi.
L’università, i professori, gli amici.
Chiudo gli occhi e già mi mancano.
Mi mancherà il calore della mia piccola casa, il suo essere vuota e il suo essere piena a ritmi lenti e intensi.
Devo ammettere che trovo qualche difficoltà ad affacciarmi al domani, mancanza d’ossigeno.

Uno stormo di centinaia di rondini svolazzavano sulla mia testa, percorrevano vie non lineari tra due punti paralleli.
Il mio tetto e la gru gialla.
Ho il vago sospetto, se non una consapevolezza inconscia, che ognuna di quelle rondini che oggi hanno incrociato il mio sguardo sia un pensiero.
Un pensiero che mi spaventa e che mi eccita allo stesso tempo. Ho inforcato con una velocità e voglia immane la macchina fotografica, con una tale voracità, una voracità che non avevo da tanto.
Tutt’ad un tratto mi sono sentita vuota, non più piena di quella sazietà e saturazione visiva che mi porto ormai da qualche mese.
Ho voluto catturare attraverso l’obbiettivo tutti quei pensieri che, a mani nude, mi scivolano tra le mani come piccoli pesci rossi e creano piccoli vuoti dentro.
Ho salutato le rondini, gli ho detto arrivederci nella speranza di ritrovarle qui, in tempo, prima di ripartire.

Fade away.

Mai mi era capitato prima d’ora di sentire l’appartenenza ad un luogo da perdere il fiato, da star male fino alle lacrime.
Che poi per carità, sono lacrime di gioia.
Però quando un luogo ti entra dentro così, inaspettatamente, ti regala delle gioie fortissime.
Così forti da stare male.
Realizzo solo ora che quello che mi diceva G. era vero. “Ti ricordi solo delle cose brutte! E le cose belle?”
Le cose brutte fanno male-le analizzi-le superi(se sei fortunato)-sennò le rialnalizzi-le superi.
Ma le cose belle?
Beh per quanto mi riguarda le cose belle non riesco ad analizzarle e a superarle, quando fanno male tibatteilcuoreetimancal’aria.
Le tengo nascoste in profondità per non sciuparle, per non ricordarle, per non farle svanire.
I ricordi sono brutti, sono come un profumo buonissimo che non vorresti mai finire di annusare.

Lo annusi.
Lo annusi.
Lo annusi.
Lo annusi.

Svanisce…

Finisce.

A volte per quanto tu voglia ricordare un profumo non ci riesci e poi PUF! per caso ti imbatti per un’odore che te lo ricorda et voilà ritorna.
Certe volte vorrei inscatolare un ricordo un po’ come si inscatola un profumo.
Ma dove ero rimasta?
Ah qui.
La grancassa parte e fa male, tira pugni proprio dove fa più male e sembra di prendere tanti pugni in pancia, ma no è solo il cuore.
Proprio non capirò mai quella gente che si circonda di belle cose, di quotidianità ripetuta all’infinito per non sentirsi sola, persa.
Per tanti anni ho creduto che quella lì fosse la felicità.
Io che non schiodavo il culo dal divano nemmeno per sbaglio ora ho un paio di scarpe da trekking, un raincoat coi cosiddetti e una cosa che mai credevo di poter avere dentro di me.
Cosa?
Lo spirito d’avventura e la voglia/la forza di buttarmici dentro alle cose. (Sperando di non finire nell’ Hardangerfjord)
Ma soprattutto di avere la forza di respirare a pieni polmoni con le mie forze, anche se brucia all’inizio, poi un po’ ci si abitua.

Mi fa un po’ male il cuore.

Del 12 giugno 2012, anche se un po’ in ritardo.

Sai di cosa è fatta la felicità?
Di vino bianco e gelato cioccoloso, di coccole sul divano e abbracci di mezzanotte, di temporali e coperte in cui rifugiarsi.
Un altro anno si aggiunge alla mia età, un altro anno è passato e non potrei essere più felice.
Perchè?
Perchè a volte hai solo bisogno di essere circondata di belle persone, di cucinare per loro e di parlare di cazzate.
Perchè a volte non c’è bisogno di scappare ed è una cosa a cui non sono molto abituata, a volte hai solo bisogno di esserci. Non solo per gli altri ma anche, e soprattutto, per te stessa.
Molte cose sono cambiate dall’ultima volta che ho scritto quissù, così tante da non poterle/volerle spiegare o elencare, chi c’è sa.
Chi c’è ha un posto speciale, qui in mezzo alle costole, e non ci sarebbe luogo migliore.
Svegliarsi con un caffè, seguito da pacco gigante di cereali e gelato,[con sottofondo gli Arcade Fire offerti dal piccolograndemac di Alberto] ma non prima di aver spento 23 cerini girando intorno al tavolo ed esprimendo un desiderio, lo stesso che esprimo da tempo e che fino ad ora è sulla buona strada per avverarsi.

Nota 1:[volevo scrivere altro ma direi che va bene anche così]

Il viaggio

Milano, ti lascio per qualche giorno.
Un viaggio lungo dieci giorni o una vita non importa perchè questo viaggio è il nostro viaggio, il mio viaggio, è tutto ciò che sono ora (scarpe da trekking incluse).
Sono già in ritardo per il pullman che mi porta all’aereo, wish me good luck.
Immagine

9 aprile 2012

Ogni volta è strano essere qui, camminare per strade che hai sempre percorso e sentirti un’estranea, quasi fuori-luogo e osservata da tutti.
I ricordi sfiorano la mente con un sorriso quasi beffardo, un sorriso amarodolce e tu ti senti a tratti confusa e a tratti compiaciuta da questa distanza che avvicina le cose e a volte anche le persone.

Eravamo tutti lì, in quel salotto e sembrava che il tempo avesse cambiato solo alcuni nostri aspetti fisici ma che il resto fosse rimasto sempre lì, in quel salotto come 7 anni fa.
Ce ne stavamo lì e ridevamo, scherzavamo, ci facevamo scherzi e con gli occhi, non troppo meravigliati, ci guardavamo e ci raccontavamo.

Poi il parco.

“Guarda, guarda le stelle.” e io penso: “Sì, le stelle come se non le avessi mai viste” poi alzo il capo e wow! *BOOOOM*
Le stelle, non le vedevo da quest’estate, a Milano le stelle non ci sono o meglio sono così lontane da essere visibili solo in pochi attimi in tutto l’anno grazie all’inquinamento luminoso.
E poi ci ritroviamo tutti a correre e a nasconderci dentro i cespugli, dietro gli alberi, nell’erba, ad avere 10 anni in cinque minuti.
Come se niente avesse importanza ma, oggi ne ha, visto che io e Pò abbiamo dolori alle cosce e camminiamo come pinguini.
Ma va bene anche questo perchè se prima ero la solita scassapalle che non voleva mettersi “in gioco” e attivarsi ora sono pronta a farlo, a dimostrare che dove c’è il divertimento posso esserci anch’io.

Con l’asfalto sotto le ruote, gli M83 allo stereo e una luna piena da film hollywoodiano cercavo di nonpensaresenzariuscircitroppo e respirando lentamente mi sono rannicchiata nel letto.
Ormai credo che dovrò solo arrendermi a tutti questi ricordi che affollano questi 60 chilometri di strada, non serve nè starci a pensare nè cercare di capire, perchè si sa che a volte le cose bisogna lasciarle andare.

Neurotrasmettitorisinapsielettrochimiche.

Sono giorni che non riesco a capire cosa mi succede, cosa mi passa per la testa, cosa mi passa per lo stomaco che continua a stringersi ogni volta che il pensiero non resta per terra.
Sarà stato quel maledetto sogno.
Quasi certamente.
E ora non riesco ad appigliarmi a nulla e fai male, fai male anche quando non dovresti e quando non vorrei perchè so che non ne ho proprio motivo. Ma quel sogno mi ha rovistato dentro, anche nei piccoli angoli dove c’era ancora della polvere, polvere fatta di ricordi.
E fai male.
Respiro a fatica, scaccio i pensieri tra le cose da fare e le cose che non ho voglia di fare, cercando contenere e contenermi.
Ma oggi non ce la faccio.
Dev’esser per forza stato quel maledetto sogno.
Certamente.
Eoracisonopezziditeovunqueenonhoilcoraggiodiraccoglierlioanchesolodiavvicinarmici.
Fai male.

E di colpo abbiamo 15 anni, spaziamo tra tutti i grandi pezzi dei SubsOnica e i Linea77, erano tempi felici, tempi in cui abbiamo assaggiato la libertà e da quel momento non ne potevamo più fare a meno.
Esistevamo solo noi, i nostri problemi e il cercare di risolvere tutto insieme, come una squadra, sempre uniti.
Uniti da un filo che ci sembrava d’acciaio ma che abbiamo scoperto essersi raffinato così tanto da essere sottile, sembrare rame, sfilacciarsi un po’.
E non riesco a non pensare ai momenti belli, al parco 2 giugno, ad entrare alla seconda ora (forse anche alla terza), ai “problemi” del sabato sera, al pullman delle 22.30 con i “zaguari”, alla complicità e a tutto quello che si dovrebbe provare nell’adolescenza.
Ci facciamo male ma siamo sempre lì, pronti ad accogliere le belle persone tra le braccia.

Non vedo l’ora di poter essere lì, accanto al mio (a)mare e tra le belle persone.

A cura di DAM|MADFoto a cura di:
DAM|MAD

Vorrei solo restare tra le tue braccia, ancora una volta, annusar-ti fino a diventare matta.
Oggi ho sentito il tuo profumo mentre tornavo a casa, guardavo le stelle e magicamente ero lì, tra le tue braccia, ancora una volta.
Le tue braccia mi hanno accolta quando non avevo un posto, un posto così, un posto che ti sconvolge dall’interno e che ti appartiene senza averlo mai visto.
Ed era come esplorare un nuovo corpo, la pelle liscia, l’odore di un profumo sconosciuto, il sapore di un cappuccino preso da Costa, una lingua mai parlata, ma che mi appartiene da sempre.
Ti sfioro, mi prendi e mi butti nel tuo vortice, un vortice quasi letale, che mi spinge al limite, che mi spinge a credere che la vita valga la pena di essere vissuta.
Spero di poter provare queste sensazioni anche altrove anche senza di te, mia anima cara, tu che mi hai stregata e mi tieni.

Vorrei solo restare tra le tue braccia, ancora una volta, annusar-ti fino a diventare matta.

Non ho ancora riposto le tue cose in una scatola, sono sparse nel comodino e per ora va bene così.
Mi manchi, mi manca tutto di te.
A volte penso che vorrei essere lì. Lì con te. Lì dentro di te.
Inspirare e espirare la tua essenza senza fermarmi mai, tra i tuoi malumori e le tue tragedie, tra il sonnecchiare mattutino e la notte che inizia quando c’è ancora la luce.
Ho trovato conforto nelle tue braccia, conforto e comprensione e passione e amarezza e paura e dolcezza.

Vorrei solo restare tra le tue braccia, ancora una volta, annusar-ti fino a diventare matta.

Londra tu sei mia, io sono tua. Sempre.

Buon San Valentino!

Buon San Valentino a tutti, ops era ieri.
L’anno scorso io, lei e lui eravamo a bere birra al birrificio in Lambrate il giorno di San Valentino, parlavamo un eccellente inglese ubriaco ed eravamo felici, o almeno quasi.
Ci sono foto compromettenti del dopo-birra che testimoniano quanto felice ero di eleggere una busta vuota del pane come “nuova frutta”. E con questo ho detto tutto.
Cosa ho fatto ieri?
Mi sono fatta il mazzo al lavoro dalle 9 fino alle 18, sono tornata a casa e ho studiato con un thè in mano e la forchetta con un succulento riso, zafferano e zucchine nell’altro.
Mi preoccupavo per la presentazione e leggevo email gioviali del prof che ci tranquillizzava con battute color “malva”.
Ero stanca, di una stanchezza non solo fisica ma mentale, incapace di comprendere il mondo e gli uomini, gli uomini soprattutto.
Perchè a me, come credo anche alla mia socia, un lecca-lecca per San Valentino andrebbe bene e mentre ieri sera tra una chattata con Zia Vicky e un brindisi di lecca-lecca panna e fragola abbiamo parlato di voi, esseri incomprensibili, e di hyper link all’interno e all’esterno di una pagina.
Ripenso alla mia vita, ventidue anni pieni di tutto e pieni di niente.
E dire che volevo solo un abbraccio, e un lecca-lecca.

La neve continua a cadere.

“La neve aveva creato quell’atmosfera che solo lei riesce a fare.
Tu camminavi ondeggiando e strisciando gli stivali nella neve ghiacciata per terra, per paura di scivolare e fare una figuraccia.
Ti facevi strada tra i fiocchi di neve, tra la gente che camminava al rallentatore, tra le biciclette con su 9 centimetri di neve.
La sciarpa ti copriva tutto il collo tranne un pezzo di nuca, quella nuca che più volte ho baciato, sfiorato, annusato, a cui mi sono appoggiata.
Ti fissavo le mani, non indossavi i guanti che ti avevo regalato e le dita erano rosse.
Rosse come le illustrazioni che tanto adoravi, che bramavi, che sentivi parte di te.
Ci separava un metro ma mi sembravano chilometri, sapevo sarebbe stata la fine.
La fine di noi.
L’unica cosa che mi era rimasta erano le tue orme nella neve, il tuo pezzo di nuca, le tue mani rosse, le tue cuffie arancioni, l’ultima immagine prima di scomparire dai miei occhi.
Tu camminavi e io mi sono fermata, ti ho fissato nella memoria per un’ultima volta e mi sono girata.
Ho fissato l’addio nei miei occhi e ti ho lasciato andare, ondeggiando e strisciando gli stivali nella neve ghiacciata per terra, per paura di scivolare e fare una figuraccia.

La neve continua a cadere.

Ha cancellato tutte le orme ne ha create altre le ha cancellate ancora.
La neve si accumula assieme ai passi che hai creato senza di me senza voltarti senza guardarmi con le tue mani rosse e le cuffie arancioni con la neve sul viso e le lacrime nel cuore perché anche tu sapevi che quello era un addio.
Un addio silenzioso ma fatto di mille parole di mille gesti di mille lacrime che abbiamo già detto già urlato già sussurrato.

La neve continua a cadere.

E noi non ci siamo più.”

Tredicembreduemilaundici.

I Death Cab for Cutie mi spiegano come si è formato il mondo.
Le nuvole si aprono e fanno scrosciare l’acqua.
La terra perforata che all’improvviso ha trovato la sua metà perfetta, mentre miliardi di millillitri hanno formato oceani creando isole dove non dovrebbero esistere.
Laghi che somigliano a fossati, passi silenziosi che arrivano alla tua porta.
Ma la distanza è tanta per remare mentre sembri più lontana che mai.

Le lacrime sono diventate la metà perfetta del mio viso.
I solchi combaciano perfettamente, in armonia.
Ho difficoltà a respirare, sento le forze abbandonarmi mentre cado all’indietro verso vecchie impronte, vecchie cicatrici, vecchi resti.
Ho paura.
Vorrei spingere fuori, tutto ciò che è dentro.
Fare spazio, farmi spazio.
Ho freddo.
Mi fa male il petto.

Ma la distanza è tanta per remare mentre sembri più lontana che mai.