Sfizzero? No, noi.

Salve a tutti, è da un po’ che non scrivo su questo diario interattivo per raccontarvi di me e di quello che mi accade.
Quali news ho da raccontarvi?
Sono stata selezionata assieme ad altri undici ragazzi per un progetto di Corporate che prevede creazione di segnaletica, totem segnaletici, insegne varie per bagni e ristoranti per una delle scuole più importanti nell’ambito dell’ hotellerie nella Svizzera francese, vicino al lago di Ginevra.
Siamo per questo motivo andati a fare una valutazione del lavoro da fare e per capire meglio la visione generale del direttore marketing di questa scuola.
Ci hanno pagato i biglietto d’andata e ritorno, ci hanno fatto soggiornare in un hotel quattro stelle, ci hanno servito e riverito, come poteva andarci meglio?
Credo non sia possibile nemmeno immaginarlo.
Ho ovviamente rubato i “souvenir” dell’hotel, tra bagnoschiuma, saponetta e shampoo ero felicissima, tranne per l’aver dimenticato pigiama e dentifricio! Mannaggia a me!
Sono stata bene, tra sconosciuti nababbi e gente francese. Ho parlato inglese e ho capito tutto ciò che ci è stato detto durante il meeting informativo, sono più che soddisfatta.
Primo giorno siamo rimasti nel campus dalle 12 fino alle 21, tra pranzo-cena-meeting ero senza forze a fine serata, anche perchè avrò avuto la febbre fino a mezz’ora prima di cena.
Poi doccia veloce e via per il paesino sperando di trovare ragazzi/e in giro ma nulla, abbiamo pagato tanto per l’alcool e siamo tornati in albergo all’una anche se ci sembravano le tre di notte. (n.b. abbiamo cenato alle sei del pomeriggio O.o)
L’indomani mattina alle otto eravamo nella hall pronti ad un altro tour de force nell’altro campus, altro pranzo lì e un altro meeting per mettere bianco su nero le informazioni anche del giorno prima.
Siamo tornati in albergo e abbiamo avuto un po’ di tempo libero, dalle tre alle sette, per fare foto, comprare cioccolata e vedere il bellissimo lago di Ginevra.
Vi lascio con alcune foto che ho scattato in questo tempo libero.
Baci.

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Nello specchio

Era una ragazza estremamente fragile ma con una dura corazza. Avete presente il soufflè?
Sotto quella dolce corazza si nascondeva un cuore di cioccolato fuso che era pronto ad essere scoperto e mangiato:
Aveva le più strane manie, spegneva tutte le sigarette accese trovate per terra, apriva le mani quando il vento era forte immaginando fosse la mano di un’amore perduto.
Aveva un’addizione cronica per il caffè, raccontava infatti che il suo corpo era costituito dal 70 % di caffè e dal 20 % di acqua, aveva fumato la sua prima sigaretta l’11 settembre del 2002 ma non aveva mai preso il vizio, ogni inverno comprava una nuova sciarpa di lana diversa dalle altre, Amava il suono della chitarra ma non aveva mai realmente provato a suonarne una.
Passava intere giornate in libreria fantasticando di essere una regina d’Irlanda o una poetessa delusa dalla vita ma soprattutto era una sognatrice, una di quelle irrecuperabili.
Sognava un mondo in cui i piccoli gesti avevano la loro importanza, sognava che la gente fosse libera da pregiudizi e disposta a raccontarsi per crescere insieme.
Aveva avuto per molto tempo la convinzione di non poter dire la sua ed era stata in precedenza così pigra da non reagire, ma l’adolescenza le aveva donato nuove virtù, la voglia di lottare e il coraggio per farlo.
Molti le avevano detto che non poteva farcela, che era inutile, che non aveva talento. Ma aveva sempre trovato il modo di rialzarsi, aiutata anche dalle persone care, ma soprattutto dalla voglia di essere, di vivere e non sopravvivere; dando il meglio e il peggio di sè in tutto ciò che faceva con la speranza di un domani migliore, in cui viene premiato il talento e la voglia di fare, di mettersi in gioco.
Una delle cose che più mi rimase impresso quando la vidi fu la trasparenza dei suoi occhi.
Nei suoi occhi c’erano pregi e difetti, virtù e idiozia, la vita e la morte. Ma soprattutto la vita.
Come faccio a conoscerla così bene?
Perchè io sono lei, ma dall’altro lato dello specchio.

Drive


Rimanere senza parole è sempre una cosa positiva?
In questo caso sì. Come mai?
Beh invito coloro che arriveranno a questo blog di correre al cinema e vedere Drive di Nicolas Winding Refn con Ryan Gosling e Carey Mulligan.
Primo film hollywoodiano del regista che ha ben voluto dedicarlo ad Alejandro Jodorowsky, e come non iniziare una magnifica carriera con questa speciale “dedica”?
La prima cosa che salta all’occhio sono i titoli di testa in Mistral rosa, musica anni ’80 con richiami al famoso gioco GTA, introduzione dei primi 5 minuti che ti tiene incollato e non riesci più a smettere di guardare in silenzio e con ammirazione ogni singolo fotogramma.
Fotografia assoluta, inquadrature con una ricerca estetica degne dei più grandi (ultimo film così meticolosamente curato “A Single Man” di Tom Ford) e attore protagonista degno di Oscar anche prima di questo magnifico film.
James Stewart, James Dean, Cary Grant, grandi nomi per grandi attori. Il prossimo, ci scommetto una mano, sarà Ryan Gosling e l’ho capito da molti film in cui ha recitato.
I momenti di tensione in cui vorresti essere nel film sono tanti e a volte risulta frustrante, specialmente verso la fine, ma basta uno sguardo o un sorriso dell’attore e ti scordi tutto.
Per il resto non vi svelo nulla, correte a vederlo!

Dinamiche amiche.

Sai quelle notti che sanno di adolescenza? Quelle in cui si sparano cazzate, si fanno cazzate, si sta insieme e non importa dove si è?
Ne ho appena vissuta una. Una di quelle in cui stai così bene da dimenticarti tutto il resto, da dimenticarti che ora sei una “persona nuova”, tanto da dimenticarsi del tempo passato e semplicemente godersi il momento.
Tra birra, pizza, sporcamuss e tequila il tempo è passato così in fretta da non rendersi conto che sono quasi le quattro del mattino, che mi sono sentita una diciassettenne per una seconda volta, che tutto sembrava così perfetto da non riuscire a separare le due realtà.
Siamo sempre gli stessi? Siamo cambiati? Siamo un po’ gli stessi ma cambiati?
Questo io non lo so, ma la conclusione di questa serata è che io sono così legata a questa città, a queste persone, a questa terra che è un po’ come quando sai che devi alzarti dal letto ma il tepore, il morbido cuscino e le calorose coperte ti fanno sentire così protetta da non riuscire a lasciarle del tutto. (chi mi conosce sa quanto amo il mio letto quindi questa è la giusta metafora)
Ritrovarvi, cari amici miei, è un po’ come ritrovare me stessa. La me stessa che è stata felice e che spera che lo sarà di nuovo molto molto presto.

//Piccola parentesi//
Per il resto sono tornata a casa con un gran vuoto nel cuore. Quello che più mi fa star bene è ahimè anche quello che mi ferisce di più.
Bevevo il mio sorso di tequila e inconsciamente ho pensato che era ora di vedersi, per dormire a casa tua, come succedeva tempo fa.
Ma tu non c’eri.
Tu non ci sei.
Credo sia arrivato il momento di guardare avanti, di concedere e concedermi una possibilità per essere felice, per sentirmi serena, per amare ed essere ricambiata.
In fondo sono stata sempre sincera con te e con il mio cuore, e se dopo quattro mesi io continuo a non essere la persona che vuoi accanto non posso che farmene una ragione, no?
E’ dura da accettare ma bisogna ingoiare il rospo che ho in gola, mettere da parte i sentimenti e camminare, camminare, camminare.
//Piccola parentesi finita//

Ora anche se Morfeo non arriva proverò a spegnere il cervello e a ripensare a tutto ciò che di bello ho avuto nella mia vita e mi sentirò un pizzico più fortunata per aver avuto voi accanto a me nel mio cammino.
Vi voglio bene.
(anche se il caffè faceva veramente caCare – Cafè Voltaire- Poggiofranco)


Portami a Venezia.

Portami a Venezia, tra la nebbia e i canali, tra le gondole e i monumenti. Ci rintaneremo nei cappotti e ci accarezzeremo con le muffole sulle mani, la lana della sciarpa creerà corazze di intrecci colorati e soffici che ci proteggeranno dal freddo gelido.
E ce ne staremo lì a rimirare un “mare” che non è il nostro, su una terra che non è la nostra, con un profumo che non è il nostro.
Portami a Venezia, in quella Venezia non fatta di romanticherie, in quella cruda, senza filtri, in una nebbia così fitta da poter riconoscere solo te in quella nube in bianco e nero.
Portami a Venezia, faremo un pic-nic su un vaporetto, assieme ad un albero di cachi, con un libro nelle mani e il freddo di dieci inverni sulle nostre spalle, nei nostri occhi, sulle nostre giovani rughe.

Tornando a Venezia...

Profumo di fine settembre.

Ti ricordi quell’odore?
In due secondi sono tornata indietro ed eravamo io e te, era settembre e aveva da poco smesso di piovere. Io ero fuori e saltavo sulla coperta che utilizzavamo come palco e tu eri accanto a me.
Si stava bene tanto tempo fa, tutti in campagna, fino alla fine di settembre. A fare i compiti in veranda, a saltare e a ballare con le cassette di Ricky Martin tarocche, a giocare con le formiche e a correre nella terra.
Quell’odore è la terra bagnata, è il sangue che scorre sotto il terreno, è la felicità di un clima più mite, siamo io e te che ci prepariamo per andare a scuola.
Raccogliendo capperi trascorrevamo le nostre giornate, cambiandoci d’abito almeno cinque volte al giorno, cercando ogni anno di far “funzionare” quella maledetta altalena fatta di funi.
Le more. Te le ricordi?
Correvamo con le bici per andare a trovarle, scavalcavamo ogni muretto per cercarle.
E le mandorle?
Quanto erano buone quelle bianche, non tostate, appena colte dall’albero. Ne andavo pazza.
Poi siamo cresciute, non ci bastava più essere isolate. Volevamo essere libere di poter andar via.
L’unica cosa che vorrei adesso e restarmene sul dondolo, avere le vertigini dal troppo dondolare e gustarmi ogni minuto di vita.

Sentir freddo a settembre.

Sai cosa vorrei?
Che fosse inverno, ripararmi dal freddo con sciarpa, guanti e cappello.
Girare Milano con la musica nelle cuffie, fermarmi nelle librerie e guardare la gente sorseggiando un thè caldo. Tornare a casa e trovare come al solito un caldo tropicale.
Rintanarmi sotto le coperte, sognare un mondo migliore, sentirmi amata.
Vorrei essere soddisfatta di me stessa, della mia vita, orgogliosa di ciò che ho costruito finora.
Prendere i mezzi e andare al cinema, da sola, guardare la gente con gli occhi incollati allo schermo che si commuove, piange, ride, si infastidisce.
Raccimolare pochi vestiti, la macchina fotografica, la valigia e partire per paesi gelati, fatati, ancora più su, ancora più a Nord. Riscoprirmi a casa ovunque io vada, ovunque io sia, nelle braccia di qualcuno o in un supermercato.
Vorrei sentire l’odore di neve anche con i 29 gradi di settembre.

P.s. I post precendenti sono stati temporaneamente oscurati.

Venerdì 22 Luglio 2011

Sono appena tornata da un matrimonio e sono da prendere e buttar via, perchè?
Beh chiunque sia stato ad un matrimonio nella sua vita sa che i piedi a fine serata sono da buttare, la panza quando si è tornati a casa è troppo piena e i balli latino-americani ci sono sempre, SEMPRE.
E’ stata una bella giornata, un luogo “da favola” e un pranzo* davvero gustosissimo. Ma non sono qui oggi per parlare di questo.
Cosa voglio raccontarvi? Forse non lo so nemmeno io.
Da cosa cominciare…
Cinismo. Sono mesi che a destra e a manca leggo di gente che odia l’amore, che l’amore non esiste, che si accanisce contro qualcosa che secondo me, in fondo in fondo, non fa altro che desiderare. (non voglio generalizzare ma qualche volta è proprio così)
A volte mi sono chiesta: e se questo amore fosse solo una proiezione che canzoni, film, libri costruiscono istituendo un modello d’amore?
Ebbene stasera io ho la certezza che per due persone non è così.
Oggi quelle due persone si sono scambiate una promessa, davanti a tutti e tutti hanno potuto vedere nei loro occhi sinceri che non c’era finzione, che la felicità esiste ed aveva il loro volto.
Aldilà della cerimonia, del pranzo, dei dolcetti e di un matrimonio tipicamente pugliese, io ho avuto speranza nell’amore dopo taaanto, tanto tempo.
Domani sarà un altro giorno, magari tornerò ad essere la semi-cinica di sempre o magari qualcosa per me cambierà/accadrà.
Nel dubbio il bouquet della sposa non è capitato a me, ma quello di dolcetti sì.

 

 

*pranzo che parte alle 14 e finisce alle 20

Il paradiso.


“Oh Puglia, Puglia mia, tu Puglia mia, ti porto sempre nel cuore quando vado via.
E subito penso che potrei morire senza te, e subito penso che potrei morire anche con te.”

Caparezza canta della “sua” Puglia, io vi racconto della mia.

Domenica sera sono partita dalla stazione centrale di Milano con direzione Reggio Calabria. Ero in ansia per questo ritorno perchè so che mi sarebbero toccati due destini, uno buono e uno cattivo, però in ogni caso appena ho visto il mare la prima volta mi sono sentita sollevata. Anche se non era il mio mare.
Eravamo a Pescara ed erano le 4 di mattina, osservavo l’orizzonte che coesisteva col mare in un’armonia che non ha pari. Il sole non faceva ancora capolino ma da lì a poco sarebbe sorto.
Mi sono riaddormentata.
Mi sono risvegliata ed ero a Foggia, i chilometri diminuivano e l’eccitazione aumentava, pian piano sono arrivata a pochi passi da Bari e poi alle 08.25 eccomi lì, con una valigia che pesa 25 chili e tante scale da scendere/salire.
La prima cosa che ho fatto è stata far colazione, avevo una fame!, poi ho trovato una panchina libera (quella della foto) e ho aspettato poco meno di un’oretta il treno che mi avrebbe portato nel mio piccolo paesino.
Restare lì, osservare la gente che si affrettava verso il lavoro, l’università o il cazzeggio puro mi ha rilassato, ero lì, in paradiso.
Voi vi direte, ma che cavolo sta dicendo questa? Il paradiso un parcheggio vicino alla stazione?
Sì, perchè quella è la mia stazione, quella è la mia città, quella è la mia felicità.
Non so se potete capire, ma spero che quello che io provo per quella città, voi lo proviate prima o poi nella vita.

Primo giorno di mare.
Ci siete voi, c’è il mare, c’è la felicità.
Vi amo tesori miei.