Neurotrasmettitorisinapsielettrochimiche.

Sono giorni che non riesco a capire cosa mi succede, cosa mi passa per la testa, cosa mi passa per lo stomaco che continua a stringersi ogni volta che il pensiero non resta per terra.
Sarà stato quel maledetto sogno.
Quasi certamente.
E ora non riesco ad appigliarmi a nulla e fai male, fai male anche quando non dovresti e quando non vorrei perchè so che non ne ho proprio motivo. Ma quel sogno mi ha rovistato dentro, anche nei piccoli angoli dove c’era ancora della polvere, polvere fatta di ricordi.
E fai male.
Respiro a fatica, scaccio i pensieri tra le cose da fare e le cose che non ho voglia di fare, cercando contenere e contenermi.
Ma oggi non ce la faccio.
Dev’esser per forza stato quel maledetto sogno.
Certamente.
Eoracisonopezziditeovunqueenonhoilcoraggiodiraccoglierlioanchesolodiavvicinarmici.
Fai male.

E di colpo abbiamo 15 anni, spaziamo tra tutti i grandi pezzi dei SubsOnica e i Linea77, erano tempi felici, tempi in cui abbiamo assaggiato la libertà e da quel momento non ne potevamo più fare a meno.
Esistevamo solo noi, i nostri problemi e il cercare di risolvere tutto insieme, come una squadra, sempre uniti.
Uniti da un filo che ci sembrava d’acciaio ma che abbiamo scoperto essersi raffinato così tanto da essere sottile, sembrare rame, sfilacciarsi un po’.
E non riesco a non pensare ai momenti belli, al parco 2 giugno, ad entrare alla seconda ora (forse anche alla terza), ai “problemi” del sabato sera, al pullman delle 22.30 con i “zaguari”, alla complicità e a tutto quello che si dovrebbe provare nell’adolescenza.
Ci facciamo male ma siamo sempre lì, pronti ad accogliere le belle persone tra le braccia.

Non vedo l’ora di poter essere lì, accanto al mio (a)mare e tra le belle persone.

A cura di DAM|MADFoto a cura di:
DAM|MAD

Vorrei solo restare tra le tue braccia, ancora una volta, annusar-ti fino a diventare matta.
Oggi ho sentito il tuo profumo mentre tornavo a casa, guardavo le stelle e magicamente ero lì, tra le tue braccia, ancora una volta.
Le tue braccia mi hanno accolta quando non avevo un posto, un posto così, un posto che ti sconvolge dall’interno e che ti appartiene senza averlo mai visto.
Ed era come esplorare un nuovo corpo, la pelle liscia, l’odore di un profumo sconosciuto, il sapore di un cappuccino preso da Costa, una lingua mai parlata, ma che mi appartiene da sempre.
Ti sfioro, mi prendi e mi butti nel tuo vortice, un vortice quasi letale, che mi spinge al limite, che mi spinge a credere che la vita valga la pena di essere vissuta.
Spero di poter provare queste sensazioni anche altrove anche senza di te, mia anima cara, tu che mi hai stregata e mi tieni.

Vorrei solo restare tra le tue braccia, ancora una volta, annusar-ti fino a diventare matta.

Non ho ancora riposto le tue cose in una scatola, sono sparse nel comodino e per ora va bene così.
Mi manchi, mi manca tutto di te.
A volte penso che vorrei essere lì. Lì con te. Lì dentro di te.
Inspirare e espirare la tua essenza senza fermarmi mai, tra i tuoi malumori e le tue tragedie, tra il sonnecchiare mattutino e la notte che inizia quando c’è ancora la luce.
Ho trovato conforto nelle tue braccia, conforto e comprensione e passione e amarezza e paura e dolcezza.

Vorrei solo restare tra le tue braccia, ancora una volta, annusar-ti fino a diventare matta.

Londra tu sei mia, io sono tua. Sempre.

Nello specchio

Era una ragazza estremamente fragile ma con una dura corazza. Avete presente il soufflè?
Sotto quella dolce corazza si nascondeva un cuore di cioccolato fuso che era pronto ad essere scoperto e mangiato:
Aveva le più strane manie, spegneva tutte le sigarette accese trovate per terra, apriva le mani quando il vento era forte immaginando fosse la mano di un’amore perduto.
Aveva un’addizione cronica per il caffè, raccontava infatti che il suo corpo era costituito dal 70 % di caffè e dal 20 % di acqua, aveva fumato la sua prima sigaretta l’11 settembre del 2002 ma non aveva mai preso il vizio, ogni inverno comprava una nuova sciarpa di lana diversa dalle altre, Amava il suono della chitarra ma non aveva mai realmente provato a suonarne una.
Passava intere giornate in libreria fantasticando di essere una regina d’Irlanda o una poetessa delusa dalla vita ma soprattutto era una sognatrice, una di quelle irrecuperabili.
Sognava un mondo in cui i piccoli gesti avevano la loro importanza, sognava che la gente fosse libera da pregiudizi e disposta a raccontarsi per crescere insieme.
Aveva avuto per molto tempo la convinzione di non poter dire la sua ed era stata in precedenza così pigra da non reagire, ma l’adolescenza le aveva donato nuove virtù, la voglia di lottare e il coraggio per farlo.
Molti le avevano detto che non poteva farcela, che era inutile, che non aveva talento. Ma aveva sempre trovato il modo di rialzarsi, aiutata anche dalle persone care, ma soprattutto dalla voglia di essere, di vivere e non sopravvivere; dando il meglio e il peggio di sè in tutto ciò che faceva con la speranza di un domani migliore, in cui viene premiato il talento e la voglia di fare, di mettersi in gioco.
Una delle cose che più mi rimase impresso quando la vidi fu la trasparenza dei suoi occhi.
Nei suoi occhi c’erano pregi e difetti, virtù e idiozia, la vita e la morte. Ma soprattutto la vita.
Come faccio a conoscerla così bene?
Perchè io sono lei, ma dall’altro lato dello specchio.

Dinamiche amiche.

Sai quelle notti che sanno di adolescenza? Quelle in cui si sparano cazzate, si fanno cazzate, si sta insieme e non importa dove si è?
Ne ho appena vissuta una. Una di quelle in cui stai così bene da dimenticarti tutto il resto, da dimenticarti che ora sei una “persona nuova”, tanto da dimenticarsi del tempo passato e semplicemente godersi il momento.
Tra birra, pizza, sporcamuss e tequila il tempo è passato così in fretta da non rendersi conto che sono quasi le quattro del mattino, che mi sono sentita una diciassettenne per una seconda volta, che tutto sembrava così perfetto da non riuscire a separare le due realtà.
Siamo sempre gli stessi? Siamo cambiati? Siamo un po’ gli stessi ma cambiati?
Questo io non lo so, ma la conclusione di questa serata è che io sono così legata a questa città, a queste persone, a questa terra che è un po’ come quando sai che devi alzarti dal letto ma il tepore, il morbido cuscino e le calorose coperte ti fanno sentire così protetta da non riuscire a lasciarle del tutto. (chi mi conosce sa quanto amo il mio letto quindi questa è la giusta metafora)
Ritrovarvi, cari amici miei, è un po’ come ritrovare me stessa. La me stessa che è stata felice e che spera che lo sarà di nuovo molto molto presto.

//Piccola parentesi//
Per il resto sono tornata a casa con un gran vuoto nel cuore. Quello che più mi fa star bene è ahimè anche quello che mi ferisce di più.
Bevevo il mio sorso di tequila e inconsciamente ho pensato che era ora di vedersi, per dormire a casa tua, come succedeva tempo fa.
Ma tu non c’eri.
Tu non ci sei.
Credo sia arrivato il momento di guardare avanti, di concedere e concedermi una possibilità per essere felice, per sentirmi serena, per amare ed essere ricambiata.
In fondo sono stata sempre sincera con te e con il mio cuore, e se dopo quattro mesi io continuo a non essere la persona che vuoi accanto non posso che farmene una ragione, no?
E’ dura da accettare ma bisogna ingoiare il rospo che ho in gola, mettere da parte i sentimenti e camminare, camminare, camminare.
//Piccola parentesi finita//

Ora anche se Morfeo non arriva proverò a spegnere il cervello e a ripensare a tutto ciò che di bello ho avuto nella mia vita e mi sentirò un pizzico più fortunata per aver avuto voi accanto a me nel mio cammino.
Vi voglio bene.
(anche se il caffè faceva veramente caCare – Cafè Voltaire- Poggiofranco)


Profumo di fine settembre.

Ti ricordi quell’odore?
In due secondi sono tornata indietro ed eravamo io e te, era settembre e aveva da poco smesso di piovere. Io ero fuori e saltavo sulla coperta che utilizzavamo come palco e tu eri accanto a me.
Si stava bene tanto tempo fa, tutti in campagna, fino alla fine di settembre. A fare i compiti in veranda, a saltare e a ballare con le cassette di Ricky Martin tarocche, a giocare con le formiche e a correre nella terra.
Quell’odore è la terra bagnata, è il sangue che scorre sotto il terreno, è la felicità di un clima più mite, siamo io e te che ci prepariamo per andare a scuola.
Raccogliendo capperi trascorrevamo le nostre giornate, cambiandoci d’abito almeno cinque volte al giorno, cercando ogni anno di far “funzionare” quella maledetta altalena fatta di funi.
Le more. Te le ricordi?
Correvamo con le bici per andare a trovarle, scavalcavamo ogni muretto per cercarle.
E le mandorle?
Quanto erano buone quelle bianche, non tostate, appena colte dall’albero. Ne andavo pazza.
Poi siamo cresciute, non ci bastava più essere isolate. Volevamo essere libere di poter andar via.
L’unica cosa che vorrei adesso e restarmene sul dondolo, avere le vertigini dal troppo dondolare e gustarmi ogni minuto di vita.

Sentir freddo a settembre.

Sai cosa vorrei?
Che fosse inverno, ripararmi dal freddo con sciarpa, guanti e cappello.
Girare Milano con la musica nelle cuffie, fermarmi nelle librerie e guardare la gente sorseggiando un thè caldo. Tornare a casa e trovare come al solito un caldo tropicale.
Rintanarmi sotto le coperte, sognare un mondo migliore, sentirmi amata.
Vorrei essere soddisfatta di me stessa, della mia vita, orgogliosa di ciò che ho costruito finora.
Prendere i mezzi e andare al cinema, da sola, guardare la gente con gli occhi incollati allo schermo che si commuove, piange, ride, si infastidisce.
Raccimolare pochi vestiti, la macchina fotografica, la valigia e partire per paesi gelati, fatati, ancora più su, ancora più a Nord. Riscoprirmi a casa ovunque io vada, ovunque io sia, nelle braccia di qualcuno o in un supermercato.
Vorrei sentire l’odore di neve anche con i 29 gradi di settembre.

P.s. I post precendenti sono stati temporaneamente oscurati.

Quando qualcosa accade, quando meno te lo aspetti, quella è la vita.

Oggi a lezione di storia del cinema mi sono molto divertita, anche nella prima e credo che seguiranno sempre così. Il prof è un figo con il cervello pieno di cose istruttive e, per come insegna lui, o ti ci appassioni o ti ci appassioni.
Le lezioni sono piene di momenti vivi dove segui e impari un sacco di cose, e poi arriva un momento dove tu gli dici qualcosa, lui ti guarda con delle lucine negli occhi e capisci che hai detto la cosa giusta e sei al settimo cielo. E’ la seconda volta che mi succede durante le sue lezioni.
Il prossimo film che dobbiamo vedere e analizzare è “Effetto notte”, dopo la visione vi saprò dire com’è.
Oggi sono andata nella solita libreria e ho preso due libri usati che mi servono per scrittura creativa: “Gente di Dublino” di James Joyce e “La metamorfosi e altri racconti” di Franz Kafka.
Vorrei trovare il tempo di far tutto, di vedere tutto, di odorare tutto. Penso che presto lo farò,però al momento non mi sento ancora pronta ad aprire le ali e a spiccare il volo.
Si intravede l’inverno in questi giorni, la temperatura pizzica sulle mani gelate, le guance sono rosse e i capelli, una volta tolto il cappello, diventano arruffati.
La gente è fredda, poi però succede qualcosa e si scambiano due parole con uno sconosciuto appena uscito dalla metro, e son queste le piccole gioie della vita.
Quando qualcosa accade, quando meno te lo aspetti, quella è la vita.

Nel frattempo inspiro ed espiro in attesa dell’ “odore del Natale”, di essere assieme alla mia famiglia e di sentire il cuore che batte ancora, a spron battuto e senza alcuna paura.
Ho voglia di cioccolata calda, in un locale carino, di quello con la gente che non fa caciara, che legge libri, che assapora il silenzio, che mi fa sentire bene.
A volte mi sento fuori luogo, quando sono in locali frequentati da gente scosciata e da trentenni con lo smoking ma che sulla fronte hanno impressa la parola “sfigati” a caratteri cubitali. Per quanto questi luoghi possano trasformarsi in luoghi piacevoli ci sono 4 ingredienti che sostanzialmente mancano e siamo noi: Arianna, Dorotea, Francesco e Giulio. Siamo noi che riusciamo ad essere camaleontici e riuscire a star bene in qualsiasi luogo e in qualsiasi situazione. Io senza di loro non ci riesco troppo bene. (Mi mancate tanto)
Oggi ho visto un film, mi ha scavato dentro, mi ha fatto riaffiorare tante cose che sono state giù, nell’inconscio, per tanto tempo. Ma adesso mi sento libera, non sento più nè la pressione nè l’angoscia dei ricordi. Semplicemente ritorno a scorrere la vita che ho vissuto come se fosse un libro, che nel frattempo però è andato avanti. C’è una mano vogliosa di scrivere, di scrivere la mia vita e di certo nessuno più potrà fermarmi, nemmeno io.
Ora finisco questo post con un consiglio: siate qualcuno per uno sconosciuto, fermatevi per un istante e osservate la gente, molto spesso avrà bisogno di voi più di quanto voi abbiate bisogno di loro.