Buon San Valentino!

Buon San Valentino a tutti, ops era ieri.
L’anno scorso io, lei e lui eravamo a bere birra al birrificio in Lambrate il giorno di San Valentino, parlavamo un eccellente inglese ubriaco ed eravamo felici, o almeno quasi.
Ci sono foto compromettenti del dopo-birra che testimoniano quanto felice ero di eleggere una busta vuota del pane come “nuova frutta”. E con questo ho detto tutto.
Cosa ho fatto ieri?
Mi sono fatta il mazzo al lavoro dalle 9 fino alle 18, sono tornata a casa e ho studiato con un thè in mano e la forchetta con un succulento riso, zafferano e zucchine nell’altro.
Mi preoccupavo per la presentazione e leggevo email gioviali del prof che ci tranquillizzava con battute color “malva”.
Ero stanca, di una stanchezza non solo fisica ma mentale, incapace di comprendere il mondo e gli uomini, gli uomini soprattutto.
Perchè a me, come credo anche alla mia socia, un lecca-lecca per San Valentino andrebbe bene e mentre ieri sera tra una chattata con Zia Vicky e un brindisi di lecca-lecca panna e fragola abbiamo parlato di voi, esseri incomprensibili, e di hyper link all’interno e all’esterno di una pagina.
Ripenso alla mia vita, ventidue anni pieni di tutto e pieni di niente.
E dire che volevo solo un abbraccio, e un lecca-lecca.

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Dinamiche amiche.

Sai quelle notti che sanno di adolescenza? Quelle in cui si sparano cazzate, si fanno cazzate, si sta insieme e non importa dove si è?
Ne ho appena vissuta una. Una di quelle in cui stai così bene da dimenticarti tutto il resto, da dimenticarti che ora sei una “persona nuova”, tanto da dimenticarsi del tempo passato e semplicemente godersi il momento.
Tra birra, pizza, sporcamuss e tequila il tempo è passato così in fretta da non rendersi conto che sono quasi le quattro del mattino, che mi sono sentita una diciassettenne per una seconda volta, che tutto sembrava così perfetto da non riuscire a separare le due realtà.
Siamo sempre gli stessi? Siamo cambiati? Siamo un po’ gli stessi ma cambiati?
Questo io non lo so, ma la conclusione di questa serata è che io sono così legata a questa città, a queste persone, a questa terra che è un po’ come quando sai che devi alzarti dal letto ma il tepore, il morbido cuscino e le calorose coperte ti fanno sentire così protetta da non riuscire a lasciarle del tutto. (chi mi conosce sa quanto amo il mio letto quindi questa è la giusta metafora)
Ritrovarvi, cari amici miei, è un po’ come ritrovare me stessa. La me stessa che è stata felice e che spera che lo sarà di nuovo molto molto presto.

//Piccola parentesi//
Per il resto sono tornata a casa con un gran vuoto nel cuore. Quello che più mi fa star bene è ahimè anche quello che mi ferisce di più.
Bevevo il mio sorso di tequila e inconsciamente ho pensato che era ora di vedersi, per dormire a casa tua, come succedeva tempo fa.
Ma tu non c’eri.
Tu non ci sei.
Credo sia arrivato il momento di guardare avanti, di concedere e concedermi una possibilità per essere felice, per sentirmi serena, per amare ed essere ricambiata.
In fondo sono stata sempre sincera con te e con il mio cuore, e se dopo quattro mesi io continuo a non essere la persona che vuoi accanto non posso che farmene una ragione, no?
E’ dura da accettare ma bisogna ingoiare il rospo che ho in gola, mettere da parte i sentimenti e camminare, camminare, camminare.
//Piccola parentesi finita//

Ora anche se Morfeo non arriva proverò a spegnere il cervello e a ripensare a tutto ciò che di bello ho avuto nella mia vita e mi sentirò un pizzico più fortunata per aver avuto voi accanto a me nel mio cammino.
Vi voglio bene.
(anche se il caffè faceva veramente caCare – Cafè Voltaire- Poggiofranco)


Sentir freddo a settembre.

Sai cosa vorrei?
Che fosse inverno, ripararmi dal freddo con sciarpa, guanti e cappello.
Girare Milano con la musica nelle cuffie, fermarmi nelle librerie e guardare la gente sorseggiando un thè caldo. Tornare a casa e trovare come al solito un caldo tropicale.
Rintanarmi sotto le coperte, sognare un mondo migliore, sentirmi amata.
Vorrei essere soddisfatta di me stessa, della mia vita, orgogliosa di ciò che ho costruito finora.
Prendere i mezzi e andare al cinema, da sola, guardare la gente con gli occhi incollati allo schermo che si commuove, piange, ride, si infastidisce.
Raccimolare pochi vestiti, la macchina fotografica, la valigia e partire per paesi gelati, fatati, ancora più su, ancora più a Nord. Riscoprirmi a casa ovunque io vada, ovunque io sia, nelle braccia di qualcuno o in un supermercato.
Vorrei sentire l’odore di neve anche con i 29 gradi di settembre.

P.s. I post precendenti sono stati temporaneamente oscurati.